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mercoledì 8 maggio 2013

Intervistato da SELECTED SelfPublishing

1- Gianluca Ranieri Bandini, autore di “Il cammino delle rose”, vuoi parlaci un po’ di te e di come è nata la tua passione per la scrittura?

Sono una persona eclettica, che nel tempo si dedica a passioni sempre diverse, senza riuscire a rimanere fissato su di una. Se da una parte è un limite, che non consente di raggiungere in un singolo ambito un livello di competenza elevato, dall’altro dona la possibilità di possedere una vasta cognizione, seppur vaga, di molti aspetti della vita. Ciò credo derivi da una mia curiosità innata. Invece la scrittura ha assunto un ruolo diverso. L’ho scoperta tardivamente, come valvola di sfogo alle mie fantasie. Ogni occasione mi sembra buona per inventare storie. Ho iniziato una decina di anni fa, scrivendo qualche poesia e improntando dei racconti. Non sono più riuscito a smettere.

2- Il tuo racconto più che una lettura è un’esperienza e uno stimolo alla riflessione, quali sono gli obiettivi che ti sei posto scrivendolo?

Tante, troppe persone si affannano per arrivare in un luogo che non esiste. Per l’ottenimento di qualcosa che non arriverà mai… perché non è quella la via per raggiungere il traguardo. Se ogni tanto tutti noi avessimo il coraggio di spegnere tutto, rimanercene in silenzio e ascoltare il suono dell’esistenza, potremmo udire la bellezza della vita. È questo quello che ho cercato di fare con “Il Cammino delle Rose”. Esortare lo spirito alla riflessione, poiché a volte basta aprire un secondo gli occhi per comprendere la soluzione e rimediare ai nostri errori.



3- Quali filosofie e correnti di pensiero ti hanno ispirato?

In un certo senso la mia formazione è “sincretica”. Fin da bambino sono stato affascinato dai misteri dell’universo e della vita. Cercando risposte e riflessioni, mi sono imbattuto in molti testi che affrontano viaggi spirituali, non necessariamente religiosi. Ho letto libri di derivazione buddista e induista, ma anche Socrate, Seneca, maestri Zen e filosofi occidentali contemporanei. Ho praticato yoga, filtrato gli insegnamenti cristiani e fatta mia la poesia di Khalil Gibran. In tal senso, per me, non è importante il perseguimento di una dottrina, quanto affrontare temi quali lo spirito, la mente e la natura.

4- In che modo esse influenzano la tua vita di tutti i giorni?

Mi permettono di affrontare le avversità della vita con maggiore serenità e d’inciampare meno nei turbini della mente, facendomi concentrare sugli aspetti migliori dell’esistenza. Al contrario di quanti possano credere, la vita può essere molto bella e ricca di soddisfazioni. Dedicarsi alla crescita personale conduce a questo genere di persuasione. É un lavoro costante, che alla lunga ripaga sempre, evitando di farci inutilmente piangere addosso.

5- Cosa rappresenta per te il giardino di rose del protagonista?

È il riflesso della propria anima. Come si devono innaffiare e nutrire le rose per mantenerle rigogliose, così si deve alimentare lo spirito, altrimenti esso appassisce, si deprime e muore.

6- Quasi tutto il racconto scorre in modo poetico, ambientato in un imprecisato passato, come mai hai scelto di “trascinare” il finale fino ai giorni nostri?

Tema predominante della storia è l’amore. Desideravo conferirgli un carattere eterno e immutabile, nel convincimento che non si debba mai smettere di coltivare un sogno. Mi auguro sempre che il bello e il magico vengano conservati e curati, per essere ammirati dalle generazioni future.

7- Perché il protagonista maschile ha un nome proprio, mentre la sua innamorata no?

Il nome del protagonista (Arhat) potrebbe sembrare di natura fantasy, invece si tratta di uno dei titoli dato ai monaci nella religione buddhista. Sino al IV sec. a.C., nel primo buddismo, l’Arhat fu considerato un essere perfetto, ma col tempo le cose cambiarono. Alcune scuole iniziarono a dubitare della sua perfezione, considerandolo un essere capace di peccare, mentre altre l’intesero come il più alto stadio spirituale. In generale, viene percepito come colui che ha iniziato lo stesso cammino di un Buddha, ma non grazie a una propria dottrina, bensì all’insegnamento di un maestro illuminato. Mi è sembrato un nome idoneo al protagonista e al contesto della storia.
L’innamorata (Sogno di Rosa) è l’idealizzazione di ciò che cerca Arhat. In oriente, vi sono molti nomi femminili che corrispondo a quelli di un fiore. Arhat decide d’assegnarle quello delle sue amate rose, del suo sogno.

8- Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sicuramente insistere sulla ricerca interiore, ma anche spaziare su generi e tematiche del tutto differenti, rispecchiando l’indole poliedrica che mi porto appresso. Nel cassetto ho un più di un romanzo che sto facendo “riposare” e nel cuore la voglia di scrivere presto un racconto di fantascienza.

9- Cosa ti ha insegnato quest’esperienza come autore self?

Che bisogna credere in ciò che si fa e persistere con i propri sogni.
Troppi autori, talvolta molto talentuosi, ricevendo rifiuti da importanti case editrici e la richiesta di contributi onerosi dalle più piccole, rischiano di scoraggiarsi e abbandonare tutto. Per fortuna sono arrivati gli ebook store come Amazon, che consentono di auto-pubblicarsi e proporsi a un pubblico vasto, anche se in Italia è una realtà contenuta, ancora distante dal fenomeno americano o britannico.

10- Perché hai scelto di diventare uno degli autori di SELECTED SelfPublishing?

Non si può fare tutto da soli!
SELECTED SelfPublishing dà un supporto indispensabile all’autore, sotto ogni profilo. Sono ancora un neofita dell’Associazione, ma ho già potuto constatare quanta attenzione prodighi alla diffusione dei suoi autori e della propria missione.
Provare per credere!

L'intervista è disponibile su SELECTED SelfPublishing

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